Una persona arriva in studio perché soffre di mal di stomaco ricorrente, controlli medici negativi alle spalle, e alla domanda “come si sente in questo periodo” risponde con un’alzata di spalle. Non è reticenza, non è freddezza calcolata. È che davvero non trova la parola.
Questo scollamento fra il corpo che segnala qualcosa e la mente che non riesce a nominarlo ha un nome clinico preciso, alessitimia, coniato negli anni settanta per descrivere una difficoltà specifica: identificare le proprie emozioni, distinguerle dalle sensazioni fisiche che le accompagnano, e trovare le parole per raccontarle a qualcun altro.
Non è una diagnosi psichiatrica a sé stante, non è pigrizia emotiva, e non coincide con l’introversione o con il carattere schivo. È una caratteristica che si distribuisce lungo un continuum, più o meno marcata, e che ha conseguenze pratiche precise su corpo, relazioni e percorsi di cura.
Qui trovi come si manifesta nella vita quotidiana, come viene valutata, il legame documentato con i sintomi fisici ricorrenti, la differenza netta rispetto a freddezza e introversione, e che cosa si può allenare quando il vocabolario delle emozioni è povero.
Le risposte in breve
- Alessitimia: difficoltà a identificare e descrivere le proprie emozioni, non assenza di emozioni.
- Non è freddezza, insensibilità o introversione: chi ne soffre prova emozioni intense, ma non riesce a nominarle.
- Si valuta con questionari standardizzati, il più diffuso è la scala tedesca a venti item.
- Il legame con il corpo: le emozioni non elaborate si presentano spesso come sintomi fisici senza causa organica chiara.
- Si allena, in parte, con esercizi mirati di etichettatura e con un lavoro clinico specifico se il livello è alto.
- Non è una scusa per giustificare distanza relazionale: è una difficoltà reale che merita un approccio paziente, non un’accusa.
Che cos’è l’alessitimia
Il termine significa letteralmente “senza parole per le emozioni” e descrive tre difficoltà collegate: riconoscere che cosa si sta provando, distinguere un’emozione da una sensazione corporea simile, e trovare un linguaggio per comunicarla a un’altra persona.
Chi ha un livello alto di alessitimia non è privo di vita emotiva. Il sistema fisiologico reagisce, il corpo si attiva, ma il passaggio successivo, quello che trasforma l’attivazione in un’etichetta riconoscibile come “sono triste” o “sono in ansia”, funziona male o non funziona affatto.
Il pensiero tende inoltre a essere orientato verso l’esterno: più concreto, più concentrato sui fatti e sui dettagli pratici di una situazione, meno incline a soffermarsi sul proprio mondo interno o su quello altrui. Chi ascolta questa persona raccontare una giornata difficile sente un elenco di eventi, non un racconto di come quegli eventi l’hanno fatta sentire.
La difficoltà non riguarda solo le emozioni altrui, che restano spesso comprensibili e persino oggetto di empatia genuina: riguarda in modo specifico l’accesso al proprio mondo interno, che rimane per la persona stessa un territorio poco esplorato e poco descrivibile.
Alessitimia primaria e alessitimia secondaria
La distinzione clinica separa una forma primaria, presente fin dall’infanzia e relativamente stabile nel tempo, da una forma secondaria, che compare in risposta a un evento specifico: un trauma, un lutto complicato, una malattia grave o un periodo di stress molto prolungato.
La forma secondaria tende a essere più reattiva ai cambiamenti di contesto: quando la situazione che l’ha innescata si risolve o viene elaborata, il vocabolario emotivo spesso torna gradualmente più accessibile, anche senza un lavoro specifico dedicato.
La forma primaria richiede più tempo e un lavoro più mirato, perché non si tratta di recuperare una capacità temporaneamente oscurata, ma di costruire, spesso da zero, un repertorio che non si è mai sviluppato pienamente nella prima parte della vita.
Come si manifesta nella vita quotidiana
Nella pratica, una persona con tratti alessitimici marcati fatica a rispondere a domande semplici come “come ti senti” e spesso risponde descrivendo un pensiero o un fatto invece di un’emozione: “sto pensando che devo finire il lavoro” invece di “sono in ansia per la scadenza”.
Anche il sogno e l’immaginazione tendono a essere più poveri di dettagli emotivi, e i film o i romanzi vengono descritti più per la trama che per l’impatto emotivo che hanno lasciato. Non per scarsa intelligenza o cultura, ma perché quella specifica lente interpretativa è meno allenata.
Nelle relazioni questo produce un effetto paradossale: il partner o l’amico percepisce distanza e freddezza, mentre la persona alessitimica vive un disagio reale che non riesce a comunicare, e il fraintendimento reciproco alimenta un conflitto che nessuno dei due voleva.
Anche i momenti positivi ne risentono: un successo importante, una notizia attesa, una festa, vengono vissuti con la stessa scarsità di parole riservata ai momenti difficili, e chi sta intorno può interpretare questo silenzio come indifferenza o come mancanza di gratitudine, quando si tratta dello stesso limite descrittivo.
Come viene valutata
Lo strumento più diffuso in ambito clinico e di ricerca è una scala di autovalutazione a venti domande, sviluppata a Toronto, che indaga tre aree: difficoltà a identificare i sentimenti, difficoltà a descriverli agli altri, e pensiero orientato verso l’esterno.
Il punteggio non produce un’etichetta netta di “alessitimico o non alessitimico”: colloca la persona lungo un continuum, con soglie orientative per un livello alto, uno intermedio e uno basso. È un indicatore di tendenza, non una diagnosi in sé.
La valutazione va sempre interpretata insieme a un colloquio clinico, perché un punteggio isolato può essere influenzato dal momento di vita, da uno stress acuto o da una condizione medica in corso, e non descrive necessariamente un tratto stabile della persona.
Esistono anche versioni osservative, compilate da un clinico dopo un’intervista strutturata invece che dal diretto interessato, utili proprio perché chi ha alessitimia marcata può faticare a valutare con precisione anche il proprio livello di difficoltà nel raccontare le emozioni.
Il legame con i sintomi somatici
Una parte consistente della letteratura clinica associa livelli alti di alessitimia a una maggiore frequenza di sintomi fisici senza causa organica identificabile: mal di stomaco, cefalea, tensione muscolare diffusa, disturbi del sonno.
L’ipotesi più accreditata è che l’attivazione fisiologica legata a un’emozione non riconosciuta non sparisca: resta nel corpo sotto forma di tensione, e in assenza di un’etichetta mentale che la contenga, quella tensione si esprime attraverso il canale somatico invece che attraverso il racconto.
Questo non significa che ogni sintomo fisico senza causa organica sia di origine alessitimica, ed è un errore comune saltare a questa conclusione. Significa che, quando gli esami medici sono negativi e il sintomo persiste, vale la pena considerare anche questa pista, insieme e non al posto della valutazione medica.
Il percorso corretto resta comunque medico prima di tutto: qualunque sintomo fisico persistente va valutato da un professionista sanitario per escludere cause organiche, e solo dopo, se restano dubbi non risolti, ha senso considerare una componente legata alla regolazione emotiva.
La distinzione da freddezza e introversione
L’introversione riguarda la preferenza per ambienti poco stimolanti e per l’elaborazione interiore rispetto alla socialità intensa: un introverso può avere un vocabolario emotivo ricchissimo, semplicemente preferisce non esporlo in pubblico.
La freddezza percepita, quando è un tratto di personalità reale e non alessitimia, è una scelta relazionale, spesso legata a stile di attaccamento o a esperienze passate, e la persona che la agisce è comunque consapevole di che cosa sta provando, anche se sceglie di non condividerlo.
L’alessitimia è invece un limite nell’accesso interno all’informazione emotiva stessa: non è una scelta di non condividere, è l’assenza del contenuto da condividere, almeno nella forma in cui la maggior parte delle persone lo sperimenta.
Da dove viene, e quanto è diffusa
Il livello di alessitimia sembra derivare da una combinazione di fattori: uno stile educativo in cui le emozioni non venivano nominate o venivano scoraggiate, alcune condizioni neurologiche, e in parte una componente di tratto individuale presente fin dall’infanzia.
Nella popolazione generale una quota minoritaria ma non trascurabile di persone mostra un livello alto secondo i questionari standardizzati, con una presenza più marcata in alcuni gruppi clinici, in particolare fra chi soffre di disturbi da sintomi somatici e alcune dipendenze.
Il livello tende a essere relativamente stabile nella forma primaria, ma non è fisso per sempre: cambia con l’età, con le esperienze relazionali significative e con un eventuale lavoro terapeutico, il che smentisce l’idea diffusa che sia un tratto immodificabile una volta rilevato.
Che cosa si può allenare
| Area di lavoro | Che cosa si allena |
|---|---|
| Vocabolario emotivo | Ampliare le parole disponibili oltre “bene, male, normale” |
| Distinzione corpo-emozione | Notare dove nel corpo si sente una sensazione, prima di nominarla |
| Diario delle attivazioni | Annotare situazione, sensazione fisica, ipotesi di emozione |
| Lettura di narrativa | Allenare l’attenzione agli stati interni dei personaggi |
| Lavoro con un professionista | Percorso mirato quando il livello è alto e crea sofferenza |
Il lavoro più efficace parte dal basso: prima si impara a notare che nel corpo sta succedendo qualcosa, poi si affina la localizzazione, e solo alla fine si prova ad attaccare un’etichetta emotiva, senza fretta di trovare quella “giusta” al primo tentativo.
L’esercizio quotidiano di etichettatura
Tre volte al giorno, a orari fissi, ci si ferma trenta secondi e si risponde a due domande: che cosa sento nel corpo in questo momento, e se dovessi dare un nome a questa sensazione fra dieci parole possibili, quale sceglierei.
Avere un elenco di dieci parole a disposizione, scritto su un foglio o salvato nel telefono, riduce lo sforzo cognitivo iniziale: nervoso, teso, deluso, sollevato, irritato, malinconico, agitato, soddisfatto, in colpa, spaventato sono un punto di partenza sufficiente per cominciare.
Nelle prime settimane la risposta più frequente sarà “non lo so”, ed è un risultato accettabile: l’esercizio non chiede di indovinare subito, chiede di fare pratica nel fermarsi a cercare, che è il passaggio che di solito viene saltato del tutto.
Quando serve un professionista
Un livello alto di alessitimia che genera isolamento relazionale, sintomi fisici persistenti o difficoltà a mantenere legami affettivi stabili è un motivo valido per rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta, non un esercizio da fare da soli con un’app.
Alcuni approcci terapeutici lavorano specificamente su questo obiettivo, con tecniche che aiutano a costruire, passo dopo passo, il ponte fra sensazione corporea ed etichetta verbale che nell’alessitimia risulta interrotto o molto indebolito.
Il percorso richiede pazienza da entrambe le parti: chi conduce il lavoro clinico sa che i progressi si misurano in mesi, non in poche sedute, e che ogni piccolo passo verso una descrizione più precisa di uno stato interno è un risultato reale, anche quando sembra minimo dall’esterno.
Il ruolo di chi sta vicino
Chi vive accanto a una persona con alessitimia marcata può aiutare offrendo ipotesi invece di pretendere risposte immediate: “sembri teso, potrebbe essere legato alla riunione di oggi?” apre una porta che una domanda diretta e generica spesso trova chiusa.
Evitare di interpretare il silenzio emotivo come rifiuto o disinteresse riduce il conflitto secondario che si costruisce sopra la difficoltà originaria, e lascia spazio perché la persona trovi, con i suoi tempi, un modo diverso di raccontarsi.
Domande frequenti
L’alessitimia si può guarire del tutto?
Non è una malattia da guarire, è un tratto lungo un continuum. Con lavoro mirato molte persone migliorano in modo netto la capacità di riconoscere e nominare le emozioni, senza che questo significhi arrivare a un livello zero della caratteristica.
È collegata all’autismo?
Livelli più alti di alessitimia sono più frequenti in alcune persone nello spettro autistico, ma le due cose non coincidono: si può essere autistici senza alessitimia marcata, e si può avere alessitimia marcata senza essere nello spettro autistico.
Come faccio a sapere se ce l’ho?
Un questionario standardizzato somministrato da un professionista dà un’indicazione più affidabile di un test trovato online. Il sospetto nasce spesso dal riscontro ripetuto di altri, non da un’autovalutazione isolata.
Riguarda solo le emozioni negative?
No, riguarda anche il riconoscimento di emozioni positive come gioia o soddisfazione, che possono risultare altrettanto difficili da nominare quanto rabbia o tristezza.
Il partner alessitimico non tiene davvero a me?
Non è una prova di disinteresse. Chi ha alessitimia marcata può provare affetto profondo e non riuscire comunque a esprimerlo a parole nella forma attesa, ed è utile trovare insieme altri canali di comunicazione dell’affetto, come i gesti concreti al posto delle dichiarazioni verbali.
I bambini possono mostrare segni di alessitimia?
Sì, e in età evolutiva è particolarmente utile intervenire presto con attività di riconoscimento delle emozioni, perché il vocabolario emotivo si sviluppa proprio in quella fascia d’età attraverso il dialogo con gli adulti di riferimento.
Il primo passo non è trovare la parola giusta, è accorgersi che nel corpo sta succedendo qualcosa che merita attenzione. Il vocabolario arriva dopo, con la pratica, e quasi sempre più tardi di quanto si vorrebbe.
